Lavoro! Come se piovesse.

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Racconto tragicomico e reale. Dal web al colloquio

di Alessio Pittari

Soprattutto nel Meridione d’Italia è davvero una vera e propria emergenza sociale. La carenza del lavoro attanaglia giovani e meno giovani che certamente non solo sono persone predisposte al lavoro perché è necessario sostenersi, ma cercano un modo di realizzare la propria vita, di avere progetti. E sebbene i concorsi pubblici rappresentino spesso una valvola di sfogo che però non garantisce una via di fuga dalla precarietà e dalla disoccupazione per tutti (troppi!), meraviglia e attira l’attenzione – quasi lascia sgomenti – la vastità di offerte di impiego presenti sul web sui e social – anche specializzati e orientati ad unire la domanda e l’offerta di lavoro – che tra una vera e propria pletora di neologismi, di incomprensibili termini connessi nella maggior parte dei casi al “lavoro amministrativo” (ultimamente allo “smart working” ed il “back – office), garantiscono fiumi di posti di lavoro immediati.

Tra mille annunci che puzzano di truffa dieci chilometri che manco l’acqua stagnante dove crescono le zanzare d’estate, pensiamo finalmente di aver trovato la nostra via. Verifichiamo con attenzione i requisiti: si, li abbiamo. Pensa tu che stronzi: si ha paura di aver letto male, di fare brutta figura davanti ad un mito della finanza e dell’impresa.

Divoriamo con gusto le mansioni previste e gli stipendi proposti. Si: potrebbe essere un’ottima occasione. Dunque riempiamo i dati dei vari form, regaliamo i nostri talenti in pasto ad ignote sigle, e attendiamo ansiosi la chiamata e che dunque la nostra candidatura sia presa in considerazione dal (si spera) prossimo datore di lavoro.

Arriva la chiamata: “La stiamo chiamando per la sua candidatura“, gli occhi si spalancano, ma già qualcosa non quadra: “Vi aspettiamo domani per il colloquio, portate con voi una copia del Curriculum…“. “Ma non lo avevano già?” pensi un po’ stupito. Il cervello accende già tutti i segnali di allarme. Ma speri. Il giorno dopo, in ghingheri, vai in stamperia, stampi il Curriculum magari anche a colori, metti gasolio all’auto e ti muovi verso questa nuova avventura. Arrivi a destinazione mandando accidenti al traffico che ti sta facendo fare qualche decimo di ritardo. Trovi parcheggio e scendi, cerchi il posto ma già il citofono rappresenta un’incognita. Magari c’è il nome di un’altra società, magari c’è un altro nome aggiunto con un pennarello. Suoni. Entri e vieni accolto manco fossi un capo di Stato in visita ufficiale. Solo senza altri candidati da battere. Ti fanno attendere. Ambiente sterile con arredamento anonimo e qualche ignota frase incoraggiante scritta alle pareti con simpatici stencil o adesivi e presa da chissà quale adolescenziale social.

I minuti passano a decine, magari pensi che il ritardo che si sta accumulando rispetto all’orario prestabilito sia in realtà una punizione per i venti decimi accumulati all’ultima curva prima del parcheggio da stuntman sotto la sede “aziendale”. Ti danno delle riviste “aziendali”. Arrivano anche le locandine “Aziendali”: tutti sorridenti, tutti vincenti, qualcuno parla come se fosse il padrone del mondo, come se fosse un top manager di Wall Street. Cerchi con insistenza dove sia nascosta la statua di Toro sparita della più capitalistica piazza del mondo. Ma non c’è. Facebook scorre sullo smartphone e ti passa per la testa di fare una ricerca: “ma st’azienda come sarà piazzata su Google? avrà un sito?” In effetti la ricerca porta ad un sito pulito ed avvincente, foriero di storie vittoriose che manco Mussolini quando ha mandato le truppe in Africa. Torni su Google, inizi a notare articoli strani ma interrompi tutto: è il momento del colloquio. Entri in una stanza e neanche l’avvocato del film “Divorzio all’Italiana” avrebbe incantato meglio parlando purtroppo di fatti tragici. Sembra quasi che ti voglia convincere ad accettare di spartire questi sogni e sti soldi con loro. Migliaia di euro sono pronti a finire nelle mie tasche, a detta dell’interlocutore, giovane, che usa un po’ i neologismi visti sull’annuncio ed un po’ (a caso) le parole presenti sul tuo curriculum su cui sta scarabocchiando in maniera compulsiva e senza senso, in barba all’attenzione quasi liturgica con cui avevi portato quei fogli stampati a colori. Aspetti di presentarti, di vendere il tuo talento. Ma il tutto si blocca su alcune curiose frasi: “farai formazione per due o tre mesi…“, “per poter fare l’amministrativo devi capire le strategie di vendita…“, “Ti muoverai con alcuni nostri tutor per le vendite a domicilio..“.

Improvvisamente senti a Robin Hood che ti toglie dalle tasche i soldi che ti avevano promesso. Ti senti come Fantozzi e risuona dentro di te la famosa citazione “Non è durato neanche venti minuti!“. Saluti, cordialmente. “Le faremo sapere” affermano. Scendi tra il “vaffantreno” e il “Chissà”. riprendi il cellulare tra le mani e torni alla tua ricerca su Google: giornali, telegiornali e siti accreditati parlano dell’impero aziendale che ti aveva promesso un futuro roseo e propizio. Nelle registrazioni con telecamera nascosta le stesse identiche strategie, le stesse identiche parole, gli stessi arredamenti, le stesse frasi fatte. Alla fine, dicono in uno dei tanti servizi, ti richiamano il giorno dopo e ti dicono che li hai meravigliati e che il posto è tuo, e che puoi iniziare la tua carriera di vendit.. di amministrativo di back office.

Sei per strada. Non ti resta che soffermarti sulla bellezza e la simmetria del tuo parcheggio e dopo qualche secondo torni in te e non puoi fare altro che rimetterti in strada e rimetterti alla ricerca di un nuovo, entusiasmante annuncio. Il giorno dopo effettivamente hanno chiamato: “Secondo te come è andato il colloquio?” – “Ovviamente bene“, rispondo ironico. “Esattamente, il posto è tuo!“. Sipario.

Il lavoro è un fatto troppo serio. Non ci scherzate su. Se proprio volete fare ‘na cosa: andate a lavorare!

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