L’ansia della prestazione

La domanda che più di frequente si ode negli sportelli preposti ad accogliere le istanze dal cittadino è: Si, ma quando mi pagano?. Una indubbia manifestazione dello stato di necessità per le quali si è presentata alla Pubblica Amministrazione una richiesta di aiuto di carattere economico che nulla ha a che fare con i dialoghi di un bellissimo film di Verdone. Generalmente tale domanda è anticipata da “Un mese fa ho presentato una richiesta…” o anche “…il datore di lavoro ci ha messo in cassa integrazione da piu di tre mesi…“. Una smitragliata sovietica di puntini tremendamente sospensivi che colpiscono in pieno l’operatore e che palesano un’attesa atroce, difficile, lunga, spesso mentalmente ed economicamente insostenibile. Una campata unica tra Avvento e quaresima, con un tocco di lockdown ed una base di ponte sullo stretto. In un mondo più telematizzato e centralizzato certamente la risposta all’istanza trova sempre più spesso il carattere dell’immediatezza. Ma non è sempre facile dire: bisogna aspettare ancora un po’...“, una risposta che spesso rende il clima teso, a tratti violento, logorante anzichenò.

In tempi di lockdown abbiamo ad esempio avuto modo di provare sulla pelle di decine di migliaia di cassintegrati (e relative famiglie) la lentezza (o la velocità) di procedimenti istruttori che spesso coinvolgevano più Enti o più livelli istituzionali, spesso mal dotati in termini di personale o di strumenti tecnologici o incapaci di dare una risposta rapida ad istanze legittimamente urgenti per le motivazioni più basiche o assurde.

Le sensazioni di un genitore che attende ansioso la liquidazione della propria NASPI, ma anche la paura dell’anziano rimasto solo in attesa della pensione di reversibilità, e non tralasciamo il senso di precarietà che un giovane viene tatuato a caldo sulla propria pelle davanti ad un contratto di lavoro risibile che non gli fornisce alcuna prospettiva, spesso sono relegate a meri sguardi che gli operatori possono recepire. Qualcuno degli utenti ha gli occhi spalancati e guarda fisso i tuoi occhi alla ricerca di una risposta discordante dalle parole che si dicono (“bisogna aspettare un altro po’…”), altri parlano a bassa voce e lì si capisce quanto difficile sia chiedere di ripetere. Altri si avvicinano come se dovessi donargli un miracolo. Il dedalo di atteggiamenti racconta sempre più di mille parole.

Le emozioni di chi invoca in maniera del tutto pacifica e legittima, come Costituzione vuole, un proprio diritto spesso vengono ignorate, del tutto archiviate come nervosismo o “ansia di ricevere la prestazione” del furbetto iperdisinformato desideroso di ricevere tutti i bonus possibili, anche quelli inesistenti. Il principio ispiratore dei raccattabonus seriali non può in alcun modo livellarsi con l’aspetto emotivo di chi davvero, improvvisamente, si trova a scontrarsi con la perdita del posto di lavoro, con l’avanzamento o la scoperta di una malattia invalidante, con il triste rapporto con la morte del proprio caro.

In attesa di una digitalizzazione sempre più indotta dagli eventi ormai a tutti noti, e non doversi limitare ad una mera e vaga risposta, quel “…bisogna aspettare ancora un po’…” è necessario ed essenziale agire come i soldati in Vietnam si muovevano nella foresta tropicale: crearsi un varco nel muro di carta e di bolli che spesso intasano inesorabilmente le procedure amministrative e giudiziarie e districarsi tra le trappole che rallentano il cammino. Ed in tal senso la Pubblica Amministrazione ha già in qualche modo “napalmizzato” diverse resistenze retaggio di un passato recente improvvisamente divenuto preistorico. Ma la guerra, purtroppo, appare ancora lunga.

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